Il valore del Rispetto

Il RISPETTO
Di Adriano Lonza
Scritto il 23 maggio del 2016

Il Rispetto è certamente uno dei “valori della vita”. Il Rispetto verso tutte le persone e le cose che ci circondano, il rispetto per la società e per le regole del vivere civile e, innanzitutto, il rispetto per noi stessi, per le nostre potenzialità intellettive, per il nostro “essere”, per il nostro sapere e saper fare.
Ma cos’è il RISPETTO? Da dove deriva? Da cosa è alimentato?
Vediamo la spiegazione di “Rispetto”: sentimento e comportamento informati alla consapevolezza dei diritti e dei meriti altrui, dell’importanza e del valore morale, culturale di qualcuno o di qualcosa.
IL RISPETTO: è un valore che comporta la capacità di “vedere”, cioè di “accorgersi” e ancora più conoscere l’altro ed è un valore che richiede una forte intenzionalità: è un’esperienza da vivere con coerenza. Non possiamo aspettarci il rispetto di chi non rispettiamo.
Mancanza di rispetto significa quindi mancanza di riconoscimento: la persona coinvolta non viene vista come essere umano pieno e diventa quasi invisibile.
Quando in una organizzazione il riconoscimento viene accordato solo a poche persone e circola solo tra poche persone si crea una carenza di rispetto, come se fosse una sostanza troppo pregiata per essere distribuita a tutti. Ma il rispetto, a differenza del cibo, non costa nulla. E non solo è gratuito, ma è anche capace di generare valore. Perché, allora, continuiamo ad alimentare questa mancanza?
La società occidentale ha elaborato tre modalità capaci di portare le persone a meritare o meno rispetto:
‐ La crescita professionale, sviluppando abilità e competenze. La persona di grande intelligenza che spreca il suo talento non ispira rispetto, a differenza di una meno dotata che sfrutta le proprie capacità. Lo sviluppo personale diventa una fonte di stima sociale in quanto la società condanna lo spreco e premia l’uso efficiente delle risorse.
‐ La cura personale. Nel senso di non diventare un onere per gli altri. La persona autosufficiente merita rispetto. Questo modo di guadagnare rispetto deriva dall’avversione per il parassitismo. La società non ama la dissipazione di energie e non desidera essere assillata da richieste ingiustificate.
‐ Il dare agli altri:
È la fonte più universale e profonda con cui una persona può ottenere rispetto.
Dare agli altri non significa essere acriticamente buoni, generosi o altruisti. Significa avere carattere, ossia saper comunicare con gli altri attraverso strumenti sociali condivisi: leggi, regole, riti, media, relazioni, ecc. e saper interpretare continuamente le varie “partiture” sociali che si hanno a disposizione.
Ma in che modo dare agli altri genera rispetto?
A differenza del miglioramento professionale e dell’autosufficienza, che possono rimanere ad un livello autoreferenziale, il dare agli altri crea reciprocità, sviluppa una relazione. Il dare, infatti, produce uno scambio. E lo scambio è il principio sociale che anima il carattere di chi contribuisce alla comunità.
Le nostre concordie mettono radici solo nel momento in cui cessano di avere un’equivalenza. Gli scambi, per sussistere, continuare e interessare emotivamente, e devono essere asimmetrici, ovvero di diversa entità. Possiamo dare agli altri una quantità illimitata di “oggetti immateriali”: fornire informazioni, soddisfare le richieste di aiuto, interpretare i bisogni altrui, ascoltare, far raggiungere obiettivi, impegnarci nel lavoro di gruppo, concordare all’interno di situazioni controverse, ecc. Coloro che ricevono “subiscono” un sano debito psicologico: devono dare qualcosa in cambio, anche se non possono dare un equivalente!
Devono dare per meritare rispetto agli occhi degli altri e ai propri. Allo stesso modo, se non chiediamo nulla in cambio non riconosciamo alcuna relazione reciproca fra noi stessi e la persona a cui abbiamo dato.
La reciprocità, infatti, sta a supporto del mutuo rispetto. “Non esistono doni gratuiti”. E in questa riepilogazione chiarificatrice risiede il senso e il valore della reciprocità. Lo scambio ci vincola con qualche forma di restituzione, simbolica o materiale che sia. E lo scambio asimmetrico crea relazioni e legami prolungati, che potenzialmente non hanno mai fine e che dovrebbero diventare la linfa vitale delle organizzazioni.
Il rispetto dei ruoli
In base alla visione ripagante del quieto vivere, è fondamentale far di tutto per dimostrarsi amichevoli piuttosto che competenti. Così succede che spesso chi cerca di fondare il rapporto con gli altri sulle capacità e sul rispetto dei ruoli è tacciato di immodestia o di senso di superiorità, e per questo, escluso dal gruppo.
In un contesto del genere è molto difficile riuscire a strutturare un’autorità riconosciuta, perché spesso chi dovrebbe esercitarla non lo fa, o per incapacità o per “quieto vivere”. Se l’obiettivo non è essere riconosciuti per le proprie competenze, per la propria esperienza o per i propri meriti, ma semplicemente essere accettati dal gruppo in nome di una finta uguaglianza, si comprende come sia impossibile essere dei veri leader e si comprende come venga sminuita anche la propria funzione. In mancanza di ruoli riconosciuti siamo tutti uguali, tutti con le stesse responsabilità, ovvero nessuno è responsabile. La leadership non può venire richiesta come un favore, ma deve essere accettata dal gruppo. Meglio una leadership imposta che nessuna leadership.

Rimpianto e perdono

Rimpianto e perdono
Un contributo di Adriano Lonza

Il rimpianto (regret) è uno dei sentimenti che ha ricevuto maggiore considerazione dagli studiosi del settore. È l’emozione negativa che si conosce nel realizzare o immaginare che la fase contingente sarebbe stata molto più conveniente se solo avessimo scelto in maniera diversa, che deriverebbe, dal confronto tra l’esito della decisione presa e il risultato diverso che si sarebbe avuto se la scelta fosse stata un’altra. Rispetto ad altre emozioni, come la paura, la gioia o la tristezza, è un’esperienza emozionale complessa, che richiede la produzione di processi cognitivi e l’abilità di immaginare altre possibilità, ossia la presenza di ragionamento alternativo, inteso come pen-siero che scaturisce dal confronto tra diverse possibilità .
Le scelte portano con sé, ogni volta che le si compiono, un esperienza emotiva: tutti pensano attentamente a quali siano le opzioni disponibili, quali le possibili conseguenze, quale risultato possa essere probabile e desiderabile e provano emozioni relative alle specifiche decisioni da prendere (es. paura di sbagliare, o ansia per la scelte), hanno attese su cosa proveranno in seguito agli effetti delle loro scelte.
Il rimpianto comprende, al suo interno, due componenti: una sensazione emotiva, riconducibile al sentimento di rammarico che può scaturire in seguito a una scelta fatta; una componente cogniti-va, riconducibile ai pensieri e ai ragionamenti associati all’esito della scelta. È un’esperienza emo-tiva accompagnata dalla sensazione di avere perso l’occasione della propria vita, dalla propensione a colpevolizzarsi per l’errore commesso, dal rammarico di non aver agito come si è fatto e di poter avere una seconda opportunità.
Diversi studi hanno mostrato che mantenere lo status quo è un’ottima strategia per evitare il rimpianto derivante da eventuali risultati deludenti causati dal fare qualcosa (Determinanti, nella presa di decisione e nel rimpianto che ne può seguire, sono le motivazioni per le quali una persona ha fatto una scelta anziché un’altra. Il rimpianto è intenso sia quando si ripete una scelta che ha avuto dei precedenti sbagliati, sia quando si cambia una scelta che ha avuto dei risultati positivi, ma avere alle spalle una lunga storia positiva (In altre parole, il rimpianto provato in seguito ad una decisione è mediato dalla giustificabilità percepita per la stessa. Una delle più importanti assunzioni riguardo il “rimpianto” proveniente dalle ricerche effettuate è che bisogna tener conto dell’impatto che quest’ultimo ha nel determinare le scelte, del ruolo che tale emozione gioca pri-ma di intraprendere una decisione.
Il rimpianto è uguale per tutti?
Gran parte degli studi si sono raggruppati sullo studio del rimpianto in relazione a circostanze reali o artificiali specifiche, dando per accertato che tutti gli individui provino questa emozione in maniera più o meno equivalente nel momento in cui si trovino a far fronte ad una scelta. Il rimpianto è stato indagato come una dimensione hic et nunc all’interno del processo di scelta e solo recentemente si è iniziato a dare attenzione alle caratteristiche individuali legate al provare più o meno rimpianto e all’esistenza di una vera e propria tendenza al rimpianto individuale. Vari studi hanno messo in evidenza, ad esempio, delle differenze di genere rispetto ai contenuti dei rimpianti riportati dalle persone e all’intensità che lo caratterizza. Quando si prova ad approfondire cosa provoca più o meno rimpianto, quello che emerge è che gli uomini appaiono molto più foca-lizzati delle donne sul rimpiangere le azioni non fatte, le occasioni andate perse, definibili come rimpianti di “promozione”, in opposizione ai rimpianti per le azioni fatte, definibili invece di “prevenzione”, in quanto centrati sul non essere stati abbastanza “cauti”, maggiormente diffusi tra le donne.
Approfondire l’esistenza o meno di differenze significative tra gli individui nello sperimentare l’emozione del rimpianto, è un argomento attualmente oggetto di sviluppo da parte dei ricercato-ri. La possibilità di comprendere meglio come si differenzia questa emozione potrà fornire delle utili basi per aiutare gli individui a scoprire i fondamenti logici da utilizzare per ridurre la spiacevolezza del rimpianto e, nello stesso tempo, aiutarli a prendere le decisioni con strategie più adeguate.

Urgenti momenti di riflessione. Adulti in crisi?

Esistono personali “punti di rottura”  che amplificano le sensazioni e generano il sentimento della rabbia: per questo a volte la rabbia sembra essere sproporzionata allo stimolo che ha provocato la reazione. La variabilità individuale spiega perché ci siano persone più vulnerabili alle limitazioni personali, altre più reattive davanti alle violazioni di una regola, alle ingiustizie o ai torti subiti, altre che diventano rabbiose quando percepiscono attacco, rifiuto o abbandono.

Arrabbiarsi fa molto male, al corpo e alla mente, perché peggiorano i parametri vitali; la rabbia insieme ad altre emozioni negative ha conseguenze immediate anche sullo stato infiammatorio dell’organismo.  

La “solitudine” è una spirale: chi sente di essere isolato e fuori dal giro delle relazioni sociali, inizia a sviluppare una serie di atteggiamenti negativi che hanno lo scopo di allontanare gli altri, solo per evitare di essere respinti.
Il funzionamento del cervello delle persone sole agisce in questo modo: in risposta a segnali negativi, l’attività cerebrale è molto più veloce e pronunciata a paragone con quella di altri. È come se le loro menti fossero super allarmate di fronte ad ogni tipo di pericolo o minaccia sociale.

La Rabbia

Smarrimento, paura, disperazione, umiliazione: sono queste le percezioni che la rabbia tende a coprire stendendo un velo su emozioni che non si riescono a riferire.

Ecco questo è il sentimento che domina su gran parte delle persone nel nostro paese. Una sorda rabbia che impedisce di pensare a fondo e di dominare le parole che emergono dal nostro animo profondo. Parole in libertà, offese gratuite, azioni violente di anime in tumulto. L’azione principale è criticare, affermare, giudicare, senza porre una proposta alternativa. Bisogna pensare, però di essere  meno critici e più collaborativi, meno distruttivi e più propositivi. Se siamo soli iniziamo ad avvicinarsi ad altri individui, cominciamo a costruire una rete “buona” ad aiutarci ad essere solidali, empatici, ad accettare le idee di altri. Insomma in una sola parola o motto “cittadini  prima”