Rimpianto e perdono

Rimpianto e perdono
Un contributo di Adriano Lonza

Il rimpianto (regret) è uno dei sentimenti che ha ricevuto maggiore considerazione dagli studiosi del settore. È l’emozione negativa che si conosce nel realizzare o immaginare che la fase contingente sarebbe stata molto più conveniente se solo avessimo scelto in maniera diversa, che deriverebbe, dal confronto tra l’esito della decisione presa e il risultato diverso che si sarebbe avuto se la scelta fosse stata un’altra. Rispetto ad altre emozioni, come la paura, la gioia o la tristezza, è un’esperienza emozionale complessa, che richiede la produzione di processi cognitivi e l’abilità di immaginare altre possibilità, ossia la presenza di ragionamento alternativo, inteso come pen-siero che scaturisce dal confronto tra diverse possibilità .
Le scelte portano con sé, ogni volta che le si compiono, un esperienza emotiva: tutti pensano attentamente a quali siano le opzioni disponibili, quali le possibili conseguenze, quale risultato possa essere probabile e desiderabile e provano emozioni relative alle specifiche decisioni da prendere (es. paura di sbagliare, o ansia per la scelte), hanno attese su cosa proveranno in seguito agli effetti delle loro scelte.
Il rimpianto comprende, al suo interno, due componenti: una sensazione emotiva, riconducibile al sentimento di rammarico che può scaturire in seguito a una scelta fatta; una componente cogniti-va, riconducibile ai pensieri e ai ragionamenti associati all’esito della scelta. È un’esperienza emo-tiva accompagnata dalla sensazione di avere perso l’occasione della propria vita, dalla propensione a colpevolizzarsi per l’errore commesso, dal rammarico di non aver agito come si è fatto e di poter avere una seconda opportunità.
Diversi studi hanno mostrato che mantenere lo status quo è un’ottima strategia per evitare il rimpianto derivante da eventuali risultati deludenti causati dal fare qualcosa (Determinanti, nella presa di decisione e nel rimpianto che ne può seguire, sono le motivazioni per le quali una persona ha fatto una scelta anziché un’altra. Il rimpianto è intenso sia quando si ripete una scelta che ha avuto dei precedenti sbagliati, sia quando si cambia una scelta che ha avuto dei risultati positivi, ma avere alle spalle una lunga storia positiva (In altre parole, il rimpianto provato in seguito ad una decisione è mediato dalla giustificabilità percepita per la stessa. Una delle più importanti assunzioni riguardo il “rimpianto” proveniente dalle ricerche effettuate è che bisogna tener conto dell’impatto che quest’ultimo ha nel determinare le scelte, del ruolo che tale emozione gioca pri-ma di intraprendere una decisione.
Il rimpianto è uguale per tutti?
Gran parte degli studi si sono raggruppati sullo studio del rimpianto in relazione a circostanze reali o artificiali specifiche, dando per accertato che tutti gli individui provino questa emozione in maniera più o meno equivalente nel momento in cui si trovino a far fronte ad una scelta. Il rimpianto è stato indagato come una dimensione hic et nunc all’interno del processo di scelta e solo recentemente si è iniziato a dare attenzione alle caratteristiche individuali legate al provare più o meno rimpianto e all’esistenza di una vera e propria tendenza al rimpianto individuale. Vari studi hanno messo in evidenza, ad esempio, delle differenze di genere rispetto ai contenuti dei rimpianti riportati dalle persone e all’intensità che lo caratterizza. Quando si prova ad approfondire cosa provoca più o meno rimpianto, quello che emerge è che gli uomini appaiono molto più foca-lizzati delle donne sul rimpiangere le azioni non fatte, le occasioni andate perse, definibili come rimpianti di “promozione”, in opposizione ai rimpianti per le azioni fatte, definibili invece di “prevenzione”, in quanto centrati sul non essere stati abbastanza “cauti”, maggiormente diffusi tra le donne.
Approfondire l’esistenza o meno di differenze significative tra gli individui nello sperimentare l’emozione del rimpianto, è un argomento attualmente oggetto di sviluppo da parte dei ricercato-ri. La possibilità di comprendere meglio come si differenzia questa emozione potrà fornire delle utili basi per aiutare gli individui a scoprire i fondamenti logici da utilizzare per ridurre la spiacevolezza del rimpianto e, nello stesso tempo, aiutarli a prendere le decisioni con strategie più adeguate.

Adolescenti in crisi?

Adolescenti in crisi o adulti in crisi?
Se guardiamo bene la pandemia e internet non sono la causa dei disagi degli adolescenti odierni. L’emergenza sanitaria ha acutizzato una sofferenza già esistente nei ragazzi e nelle ragazze, mentre la diffusione di esperienze di socializzazione e gioco virtuale non rappresentano, quasi mai, una dipendenza anti evolutiva. Internet e la pandemia sono gli schermi dove si proiettano le contraddizioni e le povertà educative di adulti sempre più fragili. Madri, padri, insegnanti e diversi altri ruoli adulti di riferimento appaiono oggi in palese difficoltà nell’intercettare i segnali di un dolore sempre più inesprimibile, in una società che promuove individualismo, competitività e che rimuove gli inciampi, i fallimenti e i dolori inevitabilmente connessi ai processi di crescita.
Secondo i dati della Società Italiana di Pediatria, otto ragazzi su dieci tra i 14 e i 18 anni hanno sperimentato forme più o meno gravi di disagio emotivo, che nel 15% dei casi è sfociato in gesti di autolesionismo. La presenza di questi comportamenti è descritta in letteratura come un fattore correlato ad un aumentato rischio di suicidio in adolescenza.
Al Bambino Gesù, in particolare, negli ultimi sei anni, il numero degli accessi al pronto soccorso per gesti autolesionistici o comportamenti suicidari è decuplicato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra gli under 20 (seconda solo agli incidenti stradali), la depressione colpisce quasi 1 ragazzo su 10 e l’anoressia – la malattia psichiatrica col più alto tasso di mortalità – colpisce l’1% delle ragazze.

Per gli adolescenti di oggi Iperidealità e iperadattamento costituiscono gli elementi portanti della crescita, e manifestano i propri conflitti evolutivi attraverso un dolore silenzioso che non trova termini idonei per essere espresso. I disagi rivelati attraverso l’attacco al proprio corpo e quello altrui si svelano in modo sempre più marcato, come testimoniato dalla crescente diffusione dei disturbi della condotta alimentare, del ritiro scolastico e sociale, dei gesti autolesivi e dei tentativi di suicidio. Comprendere e dare senso a queste manifestazioni non è un’operazione semplice. È importante utilizzare occhiali interpretativi, metodi di consultazione e modelli di presa in carico adeguati con un periodo della vita caratterizzato da mobilità, incertezza e instabilità.
Scoprire il meccanismo del pensiero odierno degli adolescenti che coniuga teoria evolutiva e psicoanalitica dovrà essere il compito principale degli operatori del settore.
Il passaggio dal mito edipico a quello narcisista ha promosso un nuovo modo di fronteggiare i fatti evolutivi adolescenziali, costringendo a dare un senso diverso alla fisiologia della crescita e alla sofferenza delle ragazze e dei ragazzi nati negli ultimi trent’anni. Indossare le lenti del narcisismo ci ha consentito di collocare e mettere in evidenza innumerevoli questioni da cui attinge la ricca fonte delle fatiche e delle sintomatologie giovanili contemporanee. I difetti di autostima, il senso di vergogna e il conseguente bisogno di mostrarsi all’altezza di aspettative ideali di successo, la centratura su di sé a discapito della relazione con l’altro sono solo alcuni delle conseguenze del narcisismo e delle sue fragilità con si confrontano dentro e fuori dalla società contemporanea. Nel lavoro con gli adolescenti, e nel sostegno al ruolo materno e paterno, spesso bisogna adoperarsi in aiuto di chi incontrava crisi e blocchi evolutivi inaspriti da ferite narcisistiche che intervenivano a complicare il percorso evolutivo, la declinazione del proprio ruolo affettivo, la costruzione della propria identità.
La regia del dolore e del conflitto interno ci appare come indicata dalla sensazione persistente e dalla paura disorientante di fallire, di trovarsi in balia di aspettative interne ed esterne idealizzate, altisonanti, associate all’impossibilità di raggiungere traguardi soddisfacenti e un’immagine di sé adeguata. Sentirsi figli belli e perfetti, genitori o giovani adulti altrettanto brillanti era sicuramente una questione pressante nelle menti collettive. Tutto ciò che viene osservato nel mondo che ci circonda, le testimonianze raccolte testimoniano che è ancora possibile collocare il narcisismo al centro della dinamica intrapsichica che governa pensieri, azioni, comportamenti agglomerati nel dolore mentale.
La pandemia ha tolto un velo, fatto emergere in modo evidente ciò che ancora era, quantomeno parzialmente, sommerso. L’emergenza sanitaria, e la gestione da parte degli adulti di questa epoca post pandemica, ha smascherato definitivamente la fragilità di madri, padri, insegnanti e operatori, ha definitivamente sancito l’ingresso nel post narcisismo.
Prendersi carico oggi della sofferenza adolescenziale senza occuparsi dell’imperante fragilità adulta, sarebbe come provare a svuotare con un cucchiaino l’acqua imbarcata, non curandosi dell’enorme falla dalla quale proviene. La società del post narcisismo, è la società della dissociazione, dell’estremizzazione di sé stessi, che non si limita a chiedere a bambini e adolescenti di nascere e crescere secondo aspettative ideali e competitive, ma iperidealizza il Sé, fino a chiedere alle nuove generazioni di crescere secondo il mandato paradossale: “sii te stesso a modo mio!”. La sparizione dei bisogni dell’altro, chiede alle nuove generazioni di assolvere a un compito che ti costringe a sentire di essere te stesso, mentre cresci assecondando l’adulto.

Molte teorie dei comportamenti della mente, sottolineano come i legami sociali siano fondamentali per farci stare bene biologicamente e evidenziano che l’essere umano per rimanere in salute e non far aumentare sensazioni di ansia che indeboliscono il nostro sistema immunitario ha necessità di sentirsi in sicurezza, diversamente mette in atto meccanismi di attacco, fuga o impotenza
Analisi del contesto psicologico:
Il disturbo da attacchi di panico
Il disturbo da attacchi di panico è una problematica appartenente alla grande famiglia dell’ansia, essendo una diretta “evoluzione” dell’attacco d’ansia. L’attacco d’ansia è una sensazione personale di tensione che cresce. Perdita di controllo e pensieri rapidi, seguita da un aumento della frequenza cardiaca, sudorazione, respiro pesante e rapido, e altri sintomi minori sono alcune delle caratteristiche. Un attacco di panico si differenzia da questo perché c’è la percezione di morte imminente e/o di diventare pazzi. Ci può essere anche perdita di conoscenza e si avverte il bisogno di scappare da qualsiasi posto in cui ci troviamo
La Solitudine
La “solitudine” è una spirale: chi sente di essere isolato e fuori dal giro delle relazioni sociali, inizia a sviluppare una serie di atteggiamenti negativi che hanno lo scopo di allontanare gli altri, solo per evitare di essere respinti.
Il funzionamento del cervello delle persone sole agisce in questo modo: in risposta a segnali negativi, l’attività cerebrale è molto più veloce e pronunciata a paragone con quella di altri. È come se le loro menti fossero super allarmate di fronte ad ogni tipo di pericolo o minaccia sociale.
La Rabbia
Smarrimento, paura, disperazione, umiliazione: sono queste le percezioni che la rabbia tende a coprire stendendo un velo su emozioni che non si riescono a riferire.

Esistono personali “punti di rottura che amplificano le sensazioni e generano il sentimento della rabbia: per questo a volte la rabbia sembra essere sproporzionata allo stimolo che ha provocato la reazione. La variabilità individuale, spiega perché ci siano persone più vulnerabili alle limitazioni personali, altre più reattive davanti alle violazioni di una regola, alle ingiustizie o ai torti subiti, altre che diventano rabbiose quando percepiscono attacco, rifiuto o abbandono.
Arrabbiarsi fa molto male, al corpo e alla mente, perché peggiorano i parametri vitali; la rabbia insieme ad altre emozioni negative ha conseguenze immediate anche sullo stato infiammatorio dell’organismo.

 

Il valore del Rispetto

Il RISPETTO
Di Adriano Lonza
Scritto il 23 maggio del 2016

Il Rispetto è certamente uno dei “valori della vita”. Il Rispetto verso tutte le persone e le cose che ci circondano, il rispetto per la società e per le regole del vivere civile e, innanzitutto, il rispetto per noi stessi, per le nostre potenzialità intellettive, per il nostro “essere”, per il nostro sapere e saper fare.
Ma cos’è il RISPETTO? Da dove deriva? Da cosa è alimentato?
Vediamo la spiegazione di “Rispetto”: sentimento e comportamento informati alla consapevolezza dei diritti e dei meriti altrui, dell’importanza e del valore morale, culturale di qualcuno o di qualcosa.
IL RISPETTO: è un valore che comporta la capacità di “vedere”, cioè di “accorgersi” e ancora più conoscere l’altro ed è un valore che richiede una forte intenzionalità: è un’esperienza da vivere con coerenza. Non possiamo aspettarci il rispetto di chi non rispettiamo.
Mancanza di rispetto significa quindi mancanza di riconoscimento: la persona coinvolta non viene vista come essere umano pieno e diventa quasi invisibile.
Quando in una organizzazione il riconoscimento viene accordato solo a poche persone e circola solo tra poche persone si crea una carenza di rispetto, come se fosse una sostanza troppo pregiata per essere distribuita a tutti. Ma il rispetto, a differenza del cibo, non costa nulla. E non solo è gratuito, ma è anche capace di generare valore. Perché, allora, continuiamo ad alimentare questa mancanza?
La società occidentale ha elaborato tre modalità capaci di portare le persone a meritare o meno rispetto:
‐ La crescita professionale, sviluppando abilità e competenze. La persona di grande intelligenza che spreca il suo talento non ispira rispetto, a differenza di una meno dotata che sfrutta le proprie capacità. Lo sviluppo personale diventa una fonte di stima sociale in quanto la società condanna lo spreco e premia l’uso efficiente delle risorse.
‐ La cura personale. Nel senso di non diventare un onere per gli altri. La persona autosufficiente merita rispetto. Questo modo di guadagnare rispetto deriva dall’avversione per il parassitismo. La società non ama la dissipazione di energie e non desidera essere assillata da richieste ingiustificate.
‐ Il dare agli altri:
È la fonte più universale e profonda con cui una persona può ottenere rispetto.
Dare agli altri non significa essere acriticamente buoni, generosi o altruisti. Significa avere carattere, ossia saper comunicare con gli altri attraverso strumenti sociali condivisi: leggi, regole, riti, media, relazioni, ecc. e saper interpretare continuamente le varie “partiture” sociali che si hanno a disposizione.
Ma in che modo dare agli altri genera rispetto?
A differenza del miglioramento professionale e dell’autosufficienza, che possono rimanere ad un livello autoreferenziale, il dare agli altri crea reciprocità, sviluppa una relazione. Il dare, infatti, produce uno scambio. E lo scambio è il principio sociale che anima il carattere di chi contribuisce alla comunità.
Le nostre concordie mettono radici solo nel momento in cui cessano di avere un’equivalenza. Gli scambi, per sussistere, continuare e interessare emotivamente, e devono essere asimmetrici, ovvero di diversa entità. Possiamo dare agli altri una quantità illimitata di “oggetti immateriali”: fornire informazioni, soddisfare le richieste di aiuto, interpretare i bisogni altrui, ascoltare, far raggiungere obiettivi, impegnarci nel lavoro di gruppo, concordare all’interno di situazioni controverse, ecc. Coloro che ricevono “subiscono” un sano debito psicologico: devono dare qualcosa in cambio, anche se non possono dare un equivalente!
Devono dare per meritare rispetto agli occhi degli altri e ai propri. Allo stesso modo, se non chiediamo nulla in cambio non riconosciamo alcuna relazione reciproca fra noi stessi e la persona a cui abbiamo dato.
La reciprocità, infatti, sta a supporto del mutuo rispetto. “Non esistono doni gratuiti”. E in questa riepilogazione chiarificatrice risiede il senso e il valore della reciprocità. Lo scambio ci vincola con qualche forma di restituzione, simbolica o materiale che sia. E lo scambio asimmetrico crea relazioni e legami prolungati, che potenzialmente non hanno mai fine e che dovrebbero diventare la linfa vitale delle organizzazioni.
Il rispetto dei ruoli
In base alla visione ripagante del quieto vivere, è fondamentale far di tutto per dimostrarsi amichevoli piuttosto che competenti. Così succede che spesso chi cerca di fondare il rapporto con gli altri sulle capacità e sul rispetto dei ruoli è tacciato di immodestia o di senso di superiorità, e per questo, escluso dal gruppo.
In un contesto del genere è molto difficile riuscire a strutturare un’autorità riconosciuta, perché spesso chi dovrebbe esercitarla non lo fa, o per incapacità o per “quieto vivere”. Se l’obiettivo non è essere riconosciuti per le proprie competenze, per la propria esperienza o per i propri meriti, ma semplicemente essere accettati dal gruppo in nome di una finta uguaglianza, si comprende come sia impossibile essere dei veri leader e si comprende come venga sminuita anche la propria funzione. In mancanza di ruoli riconosciuti siamo tutti uguali, tutti con le stesse responsabilità, ovvero nessuno è responsabile. La leadership non può venire richiesta come un favore, ma deve essere accettata dal gruppo. Meglio una leadership imposta che nessuna leadership.

Urgenti momenti di riflessione. Adulti in crisi?

Esistono personali “punti di rottura”  che amplificano le sensazioni e generano il sentimento della rabbia: per questo a volte la rabbia sembra essere sproporzionata allo stimolo che ha provocato la reazione. La variabilità individuale spiega perché ci siano persone più vulnerabili alle limitazioni personali, altre più reattive davanti alle violazioni di una regola, alle ingiustizie o ai torti subiti, altre che diventano rabbiose quando percepiscono attacco, rifiuto o abbandono.

Arrabbiarsi fa molto male, al corpo e alla mente, perché peggiorano i parametri vitali; la rabbia insieme ad altre emozioni negative ha conseguenze immediate anche sullo stato infiammatorio dell’organismo.  

La “solitudine” è una spirale: chi sente di essere isolato e fuori dal giro delle relazioni sociali, inizia a sviluppare una serie di atteggiamenti negativi che hanno lo scopo di allontanare gli altri, solo per evitare di essere respinti.
Il funzionamento del cervello delle persone sole agisce in questo modo: in risposta a segnali negativi, l’attività cerebrale è molto più veloce e pronunciata a paragone con quella di altri. È come se le loro menti fossero super allarmate di fronte ad ogni tipo di pericolo o minaccia sociale.

La Rabbia

Smarrimento, paura, disperazione, umiliazione: sono queste le percezioni che la rabbia tende a coprire stendendo un velo su emozioni che non si riescono a riferire.

Ecco questo è il sentimento che domina su gran parte delle persone nel nostro paese. Una sorda rabbia che impedisce di pensare a fondo e di dominare le parole che emergono dal nostro animo profondo. Parole in libertà, offese gratuite, azioni violente di anime in tumulto. L’azione principale è criticare, affermare, giudicare, senza porre una proposta alternativa. Bisogna pensare, però di essere  meno critici e più collaborativi, meno distruttivi e più propositivi. Se siamo soli iniziamo ad avvicinarsi ad altri individui, cominciamo a costruire una rete “buona” ad aiutarci ad essere solidali, empatici, ad accettare le idee di altri. Insomma in una sola parola o motto “cittadini  prima”

Forza e coscienza

Forza e coscienza

Di Adriano Lonza

Sicuramente conoscerete persone mentalmente forti e altre mentalmente deboli. Tuttavia, vi siete mai chiesti cosa significhi davvero? Una persona mentalmente forte è, ad esempio, colei che non si lascia influenzare dagli altri, che si conosce e che è orgogliosa della sua personalità. Una persona mentalmente forte conosce se stessa e non permette a nessuno di farsi cambiare.

Forse non sapete se siete persone forti o meno, o forse state cercando il modo per diventarlo. Oggi vi parleremo di 10 cose che le persone mentalmente forti fanno ogni giorno. Speriamo vi aiutino a divenire tali!

1. Sanno dire “no”

Una cosa difficile per molti, perché ci hanno insegnato a dire sempre “sì”, poiché, in caso contrario, verremo considerate persone maleducate e antipatiche. Il nostro affanno di approvazione ci spinge a dire sempre “sì”. 

Dovete imparare che dire di “no” non è negativo, poiché avete tutto il diritto di negarvi di fare o accettare qualcosa che non vi va. Se vi è difficile dire di “no”, cosa ne dite di provare oggi stesso a smettere di fare ciò che non volete fare?

Cosa fanno le persone mentalmente forti

2. Accettano i fallimenti

Le persone mentalmente forti sanno che ogni fallimento porta con sé un’esperienza, e che un’esperienza è un nuovo modo per sapere cosa abbiamo fatto bene, cosa no, e cosa dobbiamo fare per andare avanti.

Non esiste successo senza fallimento; senza insuccesso ci stanchiamo, senza fallimenti ci fidiamo troppo di noi stessi e potremmo raggiungere la nostra meta rendendoci conto che quello che abbiamo fatto non andava bene o non era soddisfacente come speravamo.

3. La loro felicità non dipende dagli altri

Crediamo che per essere felici, anche gli altri debbano esserlo e, peggio ancora, che la nostra felicità dipenda sempre dagli altri. Questo è un grave errore. La vostra felicità è solo vostra e se permettete che dipenda dagli altri, vi vedrete sovrastati da un vai e vieni di emozioni che non faranno altro che farvi sentire infelici e frustrati. La felicità è dentro di voi. Ancora non l’avete capito? Cercatela!

4. Traggono insegnamenti positivi dagli avvenimenti negativi

Non bisogna drammatizzare, in questa vita diamo sempre troppa importanza a tutti gli avvenimenti negativi che ci capitano. Tuttavia, sono davvero negativi? Le persone mentalmente forti sanno che da qualsiasi avvenimento negativo si può sempre trarre qualcosa di positivo. Quel qualcosa è proprio lì, ma voi non potete vederlo. Aprite gli occhi, dalle cose negative si impara, e grazie a queste si va avanti.

5. Affrontano le paure

Sanno che anche la paura è un’emozione, che paralizza se le permettiamo di invaderci. Per questo, le persone mentalmente forti affrontano la paura e la utilizzano a loro favore. Tramite essa, affrontano e superano tutti gli aspetti che temono, si mettono alla prova! E così diventano forti, mentalmente potenti.

6. Sono emotivamente intelligenti

Sono poche le persone emotivamente intelligenti, che comprendono ed identificano le emozioni, processo estremamente difficile. Sono persone con un’alta capacità empatica. E voi, sapete controllare la vostre emozioni? Sapete identificarle ed usarle a vostro favore? Se la risposta è sì, allora siete emotivamente intelligenti.

Le persone emotivamente intelligenti sanno esternare le loro emozioni.

7. Confidano nelle loro capacità

Siamo umani e in qualsiasi momento la nostra fiducia può essere messa in discussione o distrutta. Siete sicuri di poter fare ciò che vorreste? Le persone emotivamente intelligenti confidano sempre in se stesse e non permettono a niente e a nessuno di schiacciare la loro fiducia. La fiducia in se stessi è importante se si vuole essere forti.

8. Neutralizzano le persone tossiche

Le persone tossiche ci circondano e, a volte, ci trasformano in chi non vogliamo essere. Se siete emotivamente forti, saprete come neutralizzare le persone tossiche.

Avete solo bisogno di credere in voi stessi, di trovare la forza e l’orgoglio necessari per allontanarvi da queste persone e per affrontarle se necessario. Non lasciatevi sopraffare dalle persone tossiche. L’oscurità e la negatività sono luoghi in cui a nessuno piace stare.

 Alcune persone sono come le nuvole, quando se ne vanno, le giornate ricominciano ad essere serene.

9. Accettano i cambiamenti

Perché a volte si ha paura dei cambiamenti, di abbandonare la zona di comfort! Tuttavia, le persone mentalmente forti sanno che qualsiasi cambiamento è positivo. Aprite gli occhi, accettate il cambiamento, accettate di essere persone mentalmente forti.

10. Sanno che il mondo non deve loro niente

A volte crediamo che il mondo sia in debito con noi, che se facciamo qualcosa di buono, ci tornerà indietro qualcosa di buono. Non date niente per scontato e non desiderate troppe cose. Guardatevi intorno, cosa avete? Siate felici di ciò che possedete ora, apprezzatelo, valorizzatelo. È in questi particolari che troverete la vera felicità e la forza che tanto cercate.

A volte crediamo di non avere niente, ma questo accade solo perché non sappiamo guardare ed apprezzare ciò che ci circonda.

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La resilienza

 una didattica orientata alla resilienza come preparazione degli alunni alla capacità di resistere e superare le difficoltà della vita quotidiana e uscirne rinforzati  e trasformati 

articolo scritto nell’anno 2012

di Adriano Lonza

adrianolonza52@gmail.com

Per iniziare a comprendere meglio quale argomento stiamo trattando ci dobbiamo porre subito una domanda:

Quale desiderio ogni insegnante nutre per i propri alunni?

Desidera il successo formativo, la soddisfazione nella futura vita professionale, solide ed intelligenti amicizie. Per realizzare tali obiettivi, però, gli alunni avranno bisogno di una forza interiore che li renda atti alle sfide che incontrano giorno dopo giorno. La capacità a “farcela”  superando ostacoli,problemi ed eventuali sconfitte si chiama “resilienza”. La resilienza consente al al bambino di gestire con efficacia lo stress e le difficoltà, di far fronte alle sfide di ogni giorno, di riaversi dalle delusioni, dalle avversità e dai traumi, di sviluppare obiettivi chiari e realistici, di risolvere  i problemi, di relazionarsi facilmente con gli altri e trattarli con rispetto. Se gli insegnanti prendono coscienza di ciò, allora tutte le loro interazioni con gli alunni possono essere orientate a rafforzare questa disposizione mentale. In effetti, proprio come si proteggono i bambini contro le malattie fisiche, ci si dovrebbe sforzare di immunizzarli dalle sfide che affronteranno, e  lo si può fare stimolando una disposizione mentale resiliente.

Cos’è la resilienza?

Gli studiosi di psicologia segnalano da sempre quanto siano persistenti le impressioni e le esperienze della prima infanzia. Eppure è dimostrato che non necessariamente episodi frustranti vissuti durante l’infanzia condizionino in maniera negativa lo sviluppo del bambino. Gli esiti dannosi prodotti dalle sofferenze possono essere, infatti, mitigati, non soltanto grazie a successive esperienze positive, ma anche in virtù di un’innata capacità di resistenza alle difficoltà della vita: la resilienza. Resilienza è un termine che deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare. In fisica indica la capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi, a pressioni o sollecitazioni fortissime, senza spezzarsi, né modificare la propria struttura. Il suo contrario è la fragilità. In ecologia e in biologia la resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno. In informatica è la qualità che permette ad un sistema di continuare a funzionare a dispetto di anomalie legate ai difetti di uno o più dei suoi elementi costruttivi. Nell’ambito delle scienze sociali “la resilienza corrisponde alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato”. La parola resilienza viene associata molte volte alla tensione, allo stress, all’ansia o a situazioni traumatiche che colpiscono durante la vita. Alcuni  approfondimenti sulla resilienza si occupano solo dei bambini maltrattati e abbandonati, ma la resilienza è una proprietà fondamentale anche in quei bambini che vivono una vita “normale”, ma che sono vittime di comportamenti  indifferenti. Infatti, se un comportamento non è considerato dannoso, difficilmente si oppone una resistenza e dunque è difficile che si sviluppi un certo tipo di resilienza. La resilienza è, pertanto, una capacità dell’uomo inseparabilmente legata alla conferma di trovarsi in una situazione negativa, ma anche alla percezione delle proprie capacità e al desiderio di superare le negatività. Le competenze metacognitive e i loro elementi costitutivi, che sono presenti in ogni essere umano, saranno usate dalla persona come un sistema immunitario. Infatti la resilienza funziona in modo simile a questo sistema: la prima utilizzerà le esperienze negative, il secondo gli agenti patogeni, per crearsi delle difese in grado di affrontare nuovi attacchi. Come il sistema immunitario si costruisce una solida gamma di anticorpi, così la resilienza può essere sviluppata e stimolata nell’infanzia proprio attraverso il rapporto con l’altro e con l’ambiente. Non sono solo le persone che hanno subito un trauma ad acquisire le competenze per divenire resilienti, ma anche coloro che vivono una vita abbastanza tranquilla. Educare alla resilienza è quindi possibile e auspicabile durante l’infanzia, ma anche nelle diverse tappe dello sviluppo, stimolando le aree affettiva, cognitiva e del comportamento, affinché il bambino impari a far tesoro dei propri errori e problemi, a trasformarli in propositi e azioni positive.

Ma quali sono le caratteristiche della resilienza e quindi le aree da sviluppare per favorirla?

I meccanismi resilienti possono essere così distinti :

  • l’introspezione, cioè la capacità di esaminare sé stesso, porsi delle domande e rispondersi con sincerità, riconoscere i propri sentimenti ed emozioni;
  • l’indipendenza, cioè la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dai problemi;
  • l’interazione, cioè la capacità di stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone;
  • l’iniziativa o la capacità di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli; quindi la consapevolezza di esercitare una qualche forma di controllo su quanto accade nella vita;
  • la creatività o la capacità di creare ordine, bellezza e obiettivi partendo dal caos e dal disordine;
  • il senso dell’umorismo, cioè la disposizione dello spirito all’allegria, che permette di allontanarsi dal punto focale della tensione e rendere circoscritti gli avvenimenti che ci colpiscono;
  • i valori morali accettati da una società in un’epoca determinata e che ogni persona interiorizza nel corso dell’esistenza, o la capacità di trovare un senso alla vita e al dolore, permettendo l’ identificazione di soluzioni alternative alla sofferenza.
  • l’autostima, effetto dell’autoefficacia percepita e della consapevolezza di essere amati integralmente.

È possibile raggruppare queste caratteristiche in due ambiti principali su cui l’educazione alla resilienza può essere indirizzata:

Caratteristiche personali – autostima, autonomia, consapevolezza, orientamento positivo allo scambio sociale, temperamento elastico, capacità di rispondere ai quesiti, pianificare le scelte importanti della vita, fare progetti per il futuro e perseguire degli obiettivi.

Caratteristiche familiari e ambientali –  coesione e calore familiare, genitori competenti nelle funzioni parentali, presenza di reti di relazioni e di sistemi di sostegno formali ed informali che tengano conto della cultura di origine del bambino. La resilienza infatti si costruisce come interazione tra l’individuo e l’ambiente, ed ha quindi espressioni diverse in culture diverse.

Educare un bambino alla resilienza include comportamenti, pensieri e azioni che possono essere appresi nel tempo, grazie soprattutto all’esempio, ma anche grazie ad un’educazione orientata allo sviluppo delle caratteristiche resilienti: emotive, relazionali e cognitive.

Riassumendo: per educare un bambino alla resilienza occorre sviluppare in lui determinati aspetti dell’intelligenza emotiva e permettergli di crearsi una rete di rapporti significativi. Vedremo nei capitoli seguenti come in altri paesi le ricerche sulla resilienza siano centrate proprio su questi aspetti. È infatti il bambino che dovrà condurre la sua vita, nel modo più autonomo possibile, secondo le proprie aspirazioni e inclinazioni, anche grazie alle competenze e agli strumenti che gli adulti avranno saputo trasmettergli.

Una didattica orientata

Sviluppare negli alunni la resilienza li aiuta a gestire lo stress, i sentimenti di ansietà e di incertezza. Essere resilienti non significa essere immuni da debolezze o difficoltà, significa solo saperli affrontare traumi e perdite, oltre  che a saper condividere quelli degli altri. Comprendere i meccanismi della resilienza è importante per quanti, genitori e insegnanti si rivolgono ai bambini: molto spesso, infatti, le parole e l’affetto di un adulto sono fondamentali per superare un trauma e dare sicurezza, così come ignorare una crisi o non rispondere a un momento di difficoltà possono dare inizio a una specie di strada contrassegnata dalla vulnerabilità e dalla rinuncia. Ogni bambino, così come ogni adulto, ha però in sé le energie per reagire e resistere ai problemi e alle complessità della vita, purché ne veda il senso e trovi un appiglio per ritrovare la giusta direzione. É  possibile individuare delle aree di intervento, delle competenze emotivo-relazionali intorno a cui far ruotare gli obiettivi pedagogici e l’attività didattica; proviamo a delinearne alcune:

• avere un senso si sicurezza,

• sapersi creare e mantenere relazioni sociali,

• avere autostima e cura della propria persona,

• sviluppare delle competenze e la sensazione di essere competenti,

• guardare le cose in prospettiva e mantenere uno sguardo ottimista,

• sapersi adattare al cambiamento, affrontare rischi e responsabilità,

• saper rielaborare il trauma, porsi degli obiettivi e lavorare per raggiungerli.

Questi fattori possono essere sviluppati a scuola, ma non c’è un metodo unico: lo sviluppo della resilienza è una navigazione personale, perché le persone non reagiscono tutte allo stesso modo agli eventi traumatici e stressanti della vita. Un criterio per la costruzione della resilienza, può non funzionare su tutti: le persone usano svariate strategie anche in base al clima intellettuale a cui appartengono.

Per questo una didattica orientata alla resilienza deve essere quanto mai individualizzata e personalizzata. L’individualizzazione deve essere intesa come adeguamento dell’insegnamento alle possibilità di adattamento cognitivo dall’alunno e ulteriormente come l’insieme delle strategie che possono permettere a ogni alunno di alimentare i propri talenti e le proprie forme di intelligenza. Inoltre, è indispensabile organizzare la formazione anche in ambienti di tipo cooperativo, cioè in un quadro in cui l’apprendimento è il prodotto di una “impresa collettiva”, di una scuola- comunità che potenziando la dimensione sociale e affettiva dei gruppi, favorisce lo sviluppo del livello di autostima e l’immagine che l’alunno ha di sé. Non c’è quindi un metodo per insegnare la resilienza, ma certamente c’è un modo per ricercarla con l’ascolto  delle esigenze del bambino, attraverso lo studio e la ricerca di metodi e attività didattiche adatte a queste necessità. L’unione di intenti degli insegnanti che ruotano intorno a bambino è fondamentale, ma anche la fermezza di ogni insegnante di perseguire i propri obiettivi, che si trova solo nello studio, nell’esperienza e nella competenza.