una didattica orientata alla resilienza come preparazione degli alunni alla capacità di resistere e superare le difficoltà della vita quotidiana e uscirne rinforzati e trasformati
articolo scritto nell’anno 2012
di Adriano Lonza
adrianolonza52@gmail.com
Per iniziare a comprendere meglio quale argomento stiamo trattando ci dobbiamo porre subito una domanda:
Quale desiderio ogni insegnante nutre per i propri alunni?
Desidera il successo formativo, la soddisfazione nella futura vita professionale, solide ed intelligenti amicizie. Per realizzare tali obiettivi, però, gli alunni avranno bisogno di una forza interiore che li renda atti alle sfide che incontrano giorno dopo giorno. La capacità a “farcela” superando ostacoli,problemi ed eventuali sconfitte si chiama “resilienza”. La resilienza consente al al bambino di gestire con efficacia lo stress e le difficoltà, di far fronte alle sfide di ogni giorno, di riaversi dalle delusioni, dalle avversità e dai traumi, di sviluppare obiettivi chiari e realistici, di risolvere i problemi, di relazionarsi facilmente con gli altri e trattarli con rispetto. Se gli insegnanti prendono coscienza di ciò, allora tutte le loro interazioni con gli alunni possono essere orientate a rafforzare questa disposizione mentale. In effetti, proprio come si proteggono i bambini contro le malattie fisiche, ci si dovrebbe sforzare di immunizzarli dalle sfide che affronteranno, e lo si può fare stimolando una disposizione mentale resiliente.
Cos’è la resilienza?
Gli studiosi di psicologia segnalano da sempre quanto siano persistenti le impressioni e le esperienze della prima infanzia. Eppure è dimostrato che non necessariamente episodi frustranti vissuti durante l’infanzia condizionino in maniera negativa lo sviluppo del bambino. Gli esiti dannosi prodotti dalle sofferenze possono essere, infatti, mitigati, non soltanto grazie a successive esperienze positive, ma anche in virtù di un’innata capacità di resistenza alle difficoltà della vita: la resilienza. Resilienza è un termine che deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare. In fisica indica la capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi, a pressioni o sollecitazioni fortissime, senza spezzarsi, né modificare la propria struttura. Il suo contrario è la fragilità. In ecologia e in biologia la resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno. In informatica è la qualità che permette ad un sistema di continuare a funzionare a dispetto di anomalie legate ai difetti di uno o più dei suoi elementi costruttivi. Nell’ambito delle scienze sociali “la resilienza corrisponde alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato”. La parola resilienza viene associata molte volte alla tensione, allo stress, all’ansia o a situazioni traumatiche che colpiscono durante la vita. Alcuni approfondimenti sulla resilienza si occupano solo dei bambini maltrattati e abbandonati, ma la resilienza è una proprietà fondamentale anche in quei bambini che vivono una vita “normale”, ma che sono vittime di comportamenti indifferenti. Infatti, se un comportamento non è considerato dannoso, difficilmente si oppone una resistenza e dunque è difficile che si sviluppi un certo tipo di resilienza. La resilienza è, pertanto, una capacità dell’uomo inseparabilmente legata alla conferma di trovarsi in una situazione negativa, ma anche alla percezione delle proprie capacità e al desiderio di superare le negatività. Le competenze metacognitive e i loro elementi costitutivi, che sono presenti in ogni essere umano, saranno usate dalla persona come un sistema immunitario. Infatti la resilienza funziona in modo simile a questo sistema: la prima utilizzerà le esperienze negative, il secondo gli agenti patogeni, per crearsi delle difese in grado di affrontare nuovi attacchi. Come il sistema immunitario si costruisce una solida gamma di anticorpi, così la resilienza può essere sviluppata e stimolata nell’infanzia proprio attraverso il rapporto con l’altro e con l’ambiente. Non sono solo le persone che hanno subito un trauma ad acquisire le competenze per divenire resilienti, ma anche coloro che vivono una vita abbastanza tranquilla. Educare alla resilienza è quindi possibile e auspicabile durante l’infanzia, ma anche nelle diverse tappe dello sviluppo, stimolando le aree affettiva, cognitiva e del comportamento, affinché il bambino impari a far tesoro dei propri errori e problemi, a trasformarli in propositi e azioni positive.
Ma quali sono le caratteristiche della resilienza e quindi le aree da sviluppare per favorirla?
I meccanismi resilienti possono essere così distinti :
- l’introspezione, cioè la capacità di esaminare sé stesso, porsi delle domande e rispondersi con sincerità, riconoscere i propri sentimenti ed emozioni;
- l’indipendenza, cioè la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dai problemi;
- l’interazione, cioè la capacità di stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone;
- l’iniziativa o la capacità di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli; quindi la consapevolezza di esercitare una qualche forma di controllo su quanto accade nella vita;
- la creatività o la capacità di creare ordine, bellezza e obiettivi partendo dal caos e dal disordine;
- il senso dell’umorismo, cioè la disposizione dello spirito all’allegria, che permette di allontanarsi dal punto focale della tensione e rendere circoscritti gli avvenimenti che ci colpiscono;
- i valori morali accettati da una società in un’epoca determinata e che ogni persona interiorizza nel corso dell’esistenza, o la capacità di trovare un senso alla vita e al dolore, permettendo l’ identificazione di soluzioni alternative alla sofferenza.
- l’autostima, effetto dell’autoefficacia percepita e della consapevolezza di essere amati integralmente.
È possibile raggruppare queste caratteristiche in due ambiti principali su cui l’educazione alla resilienza può essere indirizzata:
Caratteristiche personali – autostima, autonomia, consapevolezza, orientamento positivo allo scambio sociale, temperamento elastico, capacità di rispondere ai quesiti, pianificare le scelte importanti della vita, fare progetti per il futuro e perseguire degli obiettivi.
Caratteristiche familiari e ambientali – coesione e calore familiare, genitori competenti nelle funzioni parentali, presenza di reti di relazioni e di sistemi di sostegno formali ed informali che tengano conto della cultura di origine del bambino. La resilienza infatti si costruisce come interazione tra l’individuo e l’ambiente, ed ha quindi espressioni diverse in culture diverse.
Educare un bambino alla resilienza include comportamenti, pensieri e azioni che possono essere appresi nel tempo, grazie soprattutto all’esempio, ma anche grazie ad un’educazione orientata allo sviluppo delle caratteristiche resilienti: emotive, relazionali e cognitive.
Riassumendo: per educare un bambino alla resilienza occorre sviluppare in lui determinati aspetti dell’intelligenza emotiva e permettergli di crearsi una rete di rapporti significativi. Vedremo nei capitoli seguenti come in altri paesi le ricerche sulla resilienza siano centrate proprio su questi aspetti. È infatti il bambino che dovrà condurre la sua vita, nel modo più autonomo possibile, secondo le proprie aspirazioni e inclinazioni, anche grazie alle competenze e agli strumenti che gli adulti avranno saputo trasmettergli.
Una didattica orientata
Sviluppare negli alunni la resilienza li aiuta a gestire lo stress, i sentimenti di ansietà e di incertezza. Essere resilienti non significa essere immuni da debolezze o difficoltà, significa solo saperli affrontare traumi e perdite, oltre che a saper condividere quelli degli altri. Comprendere i meccanismi della resilienza è importante per quanti, genitori e insegnanti si rivolgono ai bambini: molto spesso, infatti, le parole e l’affetto di un adulto sono fondamentali per superare un trauma e dare sicurezza, così come ignorare una crisi o non rispondere a un momento di difficoltà possono dare inizio a una specie di strada contrassegnata dalla vulnerabilità e dalla rinuncia. Ogni bambino, così come ogni adulto, ha però in sé le energie per reagire e resistere ai problemi e alle complessità della vita, purché ne veda il senso e trovi un appiglio per ritrovare la giusta direzione. É possibile individuare delle aree di intervento, delle competenze emotivo-relazionali intorno a cui far ruotare gli obiettivi pedagogici e l’attività didattica; proviamo a delinearne alcune:
• avere un senso si sicurezza,
• sapersi creare e mantenere relazioni sociali,
• avere autostima e cura della propria persona,
• sviluppare delle competenze e la sensazione di essere competenti,
• guardare le cose in prospettiva e mantenere uno sguardo ottimista,
• sapersi adattare al cambiamento, affrontare rischi e responsabilità,
• saper rielaborare il trauma, porsi degli obiettivi e lavorare per raggiungerli.
Questi fattori possono essere sviluppati a scuola, ma non c’è un metodo unico: lo sviluppo della resilienza è una navigazione personale, perché le persone non reagiscono tutte allo stesso modo agli eventi traumatici e stressanti della vita. Un criterio per la costruzione della resilienza, può non funzionare su tutti: le persone usano svariate strategie anche in base al clima intellettuale a cui appartengono.
Per questo una didattica orientata alla resilienza deve essere quanto mai individualizzata e personalizzata. L’individualizzazione deve essere intesa come adeguamento dell’insegnamento alle possibilità di adattamento cognitivo dall’alunno e ulteriormente come l’insieme delle strategie che possono permettere a ogni alunno di alimentare i propri talenti e le proprie forme di intelligenza. Inoltre, è indispensabile organizzare la formazione anche in ambienti di tipo cooperativo, cioè in un quadro in cui l’apprendimento è il prodotto di una “impresa collettiva”, di una scuola- comunità che potenziando la dimensione sociale e affettiva dei gruppi, favorisce lo sviluppo del livello di autostima e l’immagine che l’alunno ha di sé. Non c’è quindi un metodo per insegnare la resilienza, ma certamente c’è un modo per ricercarla con l’ascolto delle esigenze del bambino, attraverso lo studio e la ricerca di metodi e attività didattiche adatte a queste necessità. L’unione di intenti degli insegnanti che ruotano intorno a bambino è fondamentale, ma anche la fermezza di ogni insegnante di perseguire i propri obiettivi, che si trova solo nello studio, nell’esperienza e nella competenza.